Delle pietre 'mute' e dei nuraghi

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” dice un detto.

 

Così, le pietre dei numerosi edifici nuragici e prenuragici che popolano il territorio di Uta sembrano messe lì, un po’ per caso, un po’ ingombranti, quasi a voler raccontare di un passato che nessuno vuole ascoltare, che tante volte, forse, è meglio dimenticare.

 

Perché a guardarle bene, le pietre dei nuraghi non raccontano solo la storia della civiltà nuragica. A guardarli bene quegli enormi blocchi di pietra, squadrati, a volte perfettamente giustapposti a formare un bellissimo muro, più spesso, disordinatamente riversati a mucchietti ai piedi di qualche struttura, ecco quelle pietre sembrano raccontare la storia degli altri, di quelli che sono venuti dopo e che a mano a mano quei nuraghi li hanno spogliati.

 

Succede da sempre.  Succede anche a Uta.

 

Il mondo va veloce e non c’è tempo di pensare al passato, bisogna guardare al futuro. O forse no?

Grande è la lista di quelli che sanno, o hanno sentito dire, di quelli che ricordano, di quelli che c’erano.

 

Negli anni ’90 l’amministrazione comunale affida il compito di censire le evidenze archeologiche di Uta all’archeologa Cristina Ciccone. Con l’aiuto di chi il territorio lo conosceva bene, la dottoressa Ciccone riesce a individuare ben 28 siti di eccezionale interesse archeologico. Nei vent’anni successivi allo studio, tutto sembra tacere.

 

Eppure tanti sono gli utesi che, da soli o in gruppo, si dilettano a visitare i resti dell’antico complesso di Su Niu de Su Pilloni, o a cercare i misteriosi Menhir, e a tentare di scoprire cosa nascondano le rovine dei nuraghi a Monte Arrexi, pensando che forse un giorno quei siti avrebbero destato l’interesse di qualcuno importante, qualcuno “che ne capisce”, magari un Lilliu nostrano che si impegna a valorizzarli.

 

Nel 2016, l’Associazione Culturale S’Intzidu decide di fare qualche cosa per il patrimonio culturale utese e lancia il Progetto S’Intzidu. Nello stesso anno l’Associazione, investendo il poco denaro di cui dispone, affida alla dottoressa Cristina Ciccone il compito di aggiornare i dati raccolti negli anni ’90, tenendo un occhio di riguardo sul sito prenuragico di Su Niu de Su Pilloni. I risultati di queste ricerche hanno permesso la creazione del Museo Virtuale del Territorio di Uta e l’apertura della muraglia di Su Niu in occasione di Monumenti Aperti e successivamente in due aperture straordinarie durante il periodo estivo.

 

Eppure c’è ancora tanto da fare.

 

 

Basta passeggiare nelle campagne ai piedi del Monte Arcosu per imbattersi in quello che sembrerebbe un nuraghe sconosciuto, rimasto fuori dal censimento degli anni ’90. Un nuraghe dalla storia interessante, che più che un nuraghe sembrerebbe un vero e proprio complesso nascosto tra la vegetazione, con strutture poderose spesse anche 1.5 metri. Un nuraghe certamente poco conosciuto ai più ma probabilmente ben noto ad altri dal momento che le strutture murarie hanno tutta l’aria di essere state manomesse più volte.

D’altra parte, è ben nota la predilezione dei sardi dell’800 (ma non solo) di riutilizzare le pietre dei nuraghi per farne muretti a secco, se non addirittura rivendere le pietre ai turisti e curiosi dell’epoca. Quel che è certo è che il territorio è sempre stato abitato, e che gli utesi di oggi sembrano quasi non conoscere o non rendersi conto delle ricchezze che offre.

 

E così le pietre rimangono lì, erranti, mute, in balia del maestrale, della pioggia, delle radici di moddizi e ollastu che le dividono senza pietà, quelle pietre che parlano di una storia che nessuno di noi ha voglia di sentire.

 

Perché siamo tutti chiamati a rispondere della tutela del territorio e del nostro patrimonio, ma troppo spesso non vogliamo ascoltare.  

 

In foto le immagini di un nuraghe ‘sconosciuto’.

 

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