Patrimonio culturale immateriale

Per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale.

Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

Il “patrimonio culturale immateriale”, si manifesta tra inoltre nei seguenti settori:

- tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale;

- le arti dello spettacolo;

- le consuetudini sociali, gli eventi rituali e festivi;

- le cognizioni e le prassi relative alla natura e all’universo;

- l’artigianato tradizionale.

 

Tratto dalla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale 17 aprile 2003

 

 

il teatro a uta

La storia del teatro utese è rappresentata dalle opere di Raimondo Fresia, parroco di Uta dal 1926 al settembre del 1960.

Franco Carlini ha curato la biografia e l’analisi delle opere di Fresia nel suo volume dal titolo “Il Teatro”, allo stesso volume si rimanda per maggiori informazioni sull’argomento.

Di Don Fresia sono giunte a noi quindici opere complete e qualche traccia di lavori appena abbozzati, ma poiché la sua biblioteca, alla sua morte, è stata smembrata e divisa tra i parenti è dato credere che altre opere siano andate perse, come anche qualche testo delle sue prediche, per le quali era spesso invitato alle “festas mannas”(*) nei paesi limitrofi.

 

Fresia ha lasciato in chi l’ha conosciuto e non solo nel nostro paese, piacevoli ricordi, sia come uomo di teatro che come parroco.

L’organizzazione della filodrammatica gli consentì di soddisfare la sua passione per il teatro e, nello stesso tempo, di adempiere alla sua missione pastorale, tenendo impegnati e divertendo i giovani e giovanissimi della parrocchia.

Le opere, sotto la sua direzione, venivano rappresentate all’interno del vecchio magazzino del Monte Granatico (ubicato dove ora si trova il Banco di Sardegna) dove aveva allestito un palcoscenico.“Ai lati del proscenio dipinse un Arlecchino e un pagliaccio anonimo, alti circa due metri, con sotto le scritte, rispettivamente, risum teneais, amici e castigat ridendo mores”(*).

 

Le commedie di Don Fresia venivano rappresentate in numerosi centri del Campidano compreso Cagliari, le filodrammatiche degli oratori erano sempre alla ricerca delle sue opere.

Ad Antonio Usai, allora parroco di Senorbì, va il merito di aver dattiloscritto le commedie di Fresia intorno al 1960, impedendo che tutto il materiale andasse perduto.

Sono disponibili le seguenti opere riportate anche nel libro di Carlini:

1.      In domu de su brabieri;

2.      Su flebòtumu;

3.       Ita susuncu;

4.       Ziu Perdu in Casteddu;

5.       Su sabateri- ossiat pour ma onorau;

6.       Su ssozzu e su marchesu;

7.       Su D.D.T.;

8.       Sa coo’e su burricu;

9.       Mah!...Passienzia…!

10.    A sa subasta;

11.    Sa guardia municipali;

12.    Un servo originale;

13.    Mi ollu fai santu;

14.    Cuncu Allicu fait testamentu;

15.    Fillu miu sorddau;

 

Di altre non sono stati trovati che frammenti.

 

(*) Franco Carlini – Il Teatro